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SHARE EXPERIENCE Il paziente COVID-19 e il diabete: confronto tra specialisti per ottimizzarne la gestione

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25/05/2020

 
L’epidemia da coronavirus imperversa sull’Italia e sul resto del mondo. Una corsa contro il tempo che, al momento, sembra essere inarrestabile. I coronavirus sono una famiglia di virus noti da sempre per causare malattie come il raffreddore. Da alcuni anni, tuttavia, i coronavirus sono diventati tristemente noti per la capacità di effettuare il “salto di specie”, passando quindi da animali selvatici (o addomesticati, come il dromedario) all’uomo per determinare – in ordine temporale – la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS), la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e – dall’8.12.2019 la malattia ora nota come COVID-19 (dove 'CO' sta per corona, 'VI' per virus, 'D' per disease e '19' per l'anno in cui si è manifestata). Questa malattia, in particolare, è determinata da un coronavirus ora denominato “Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2' (SARS-CoV-2) secondo l'International Committee on Taxonomy of Viruses (ICTV). La denominazione nasce dalle similitudini (al 70% del materiale nucleico) con il coronavirus della SARS. Tali similitudini non sono soltanto strutturali, esitando anche in analogie sintomatologiche: la manifestazione di gran lunga più comune e più grave di SARS e  COVID-19 è la polmonite interstiziale. In Italia, infatti, circa il 29% dei casi diagnosticati di COVID-19 è caratterizzato da una forma severa (24%) oppure critica (5%) di polmonite interstiziale bilaterale. Nei pazienti deceduti e positivi al Covid-19 i sintomi di esordio più comuni sono la febbre e la dispnea (difficoltà a respirare), mentre meno comuni sono i sintomi gastrointestinali (diarrea) e l'emottisi, l'emissione di sangue dalle vie respiratorie ad esempio con un colpo di tosse. A dirlo è l'analisi dei dati dei 6801 pazienti italiani deceduti al 26 marzo condotta dall'Istituto Superiore di Sanità (Iss), che aggiorna quella condotta su 105 casi resa nota il 5 marzo. Dall'analisi dei dati sui soggetti deceduti, tuttavia, emerge anche un'altra informazione importante. Chi soffre di patologie cardiovascolari è comunque a rischio su questo fronte, magari perché iperteso, e appare a maggior rischio di complicazioni gravi e di decesso legato all'infezione da Sars-CoV-2019. L'ultima analisi dell'Iss conferma quanto verificato in Cina da parte del Center for disease control and prevention cinese (Ccdc) e pubblicato su JAMA. Globalmente, l’età media dei deceduti è 80 anni, con ipertensione arteriosa, diabete mellito e cardiopatie come comorbosità preponderanti e determinanti.                             Il SSN, che resiste grazie all’abnegazione dei medici, soprattutto al nord, è prossimo al collasso: è stato calcolato che il numero di accessi in terapia intensiva determinato da COVID-19 implichi un aumento x 50 volte rispetto al periodo pre-COVID-19. Per questo motivo, è indispensabile che ogni clinico – ribadiamo OGNI CLINICO: dal giovane specializzando all’anziano medico di famiglia – conosca tutto ciò che c’è da sapere su COVID-19. La presenza del virus, infatti, al di la della sua mortalità relativamente bassa al di sotto dei 69 anni e della morbilità comunque più “soffice”. Nei decessi italiani la comorbilità più rappresentata è l'ipertensione (presente nel 73% del campione), seguita dal diabete mellito, cardiopatia ischemica e la fibrillazione atriale.
Il diabete non aumenta il rischio di contrarre l’infezione da COVID-19. In caso di infezione, può aumentare però il rischio di complicanze e di decorso sfavorevole. I diabetologi consigliano dunque ai loro pazienti massima prudenza. Il diabete non sembra esporre ad un rischio aumentato di contrarre l’infezione da nuovo coronavirus  Le persone con diabete hanno normalmente un rischio maggiore di sviluppare complicazioni nel corso di qualunque malattia acuta, infezioni comprese. I pazienti con andamento peggiore erano mediamente molto anziani e affetti anche da altre patologie. Pertanto, al momento, non è possibile stabilire quale sia il reale contributo del diabete nel determinare la prognosi dell’infezione da nuovo coronaviruse quali possano essere i meccanismi coinvolti. Il diabete non aumenta il rischio di infezione da SARS-CoV-2, ma i medici devono essere a consapevoli del fatto che una maggiore attenzione va posta ai pazienti diabetici durante l’infezione. Scopo di questa FAD SINCRONA, pertanto, è confrontarsi tra specialisti perciò che riguarda COVID-19 in maniera proattiva e concreta con i dati dalla realtà clinica quotidiana.
 


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